Nel settembre del 1921 Aleksandr Rodčenko, tra i padri del Costruttivismo, mise in mostra tre tele monocromatiche,Puro colore rosso, Puro colore blu e Puro colore giallo, e dichiarò: «È tutto finito. Colori di base: Ogni piano è piano e non c’è rappresentazione». Abbandonò, quindi, sia pur temporaneamente, la pittura per dedicarsi al collage, al fotomontaggio e, soprattutto, alla fotografia. A questo specifico aspetto della sua produzione artistica è dedicata la mostra “Avanguardia Russa. Aleksandr Rodčenko. Fotografia”, allestita a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Ol’ga Sviblova, in parallelo con un’altra esposizione sulla straordinaria stagione sperimentale dell’arte russa, “Capolavori dalla collezione Costakis”.
Pittore, scultore, tipografo, designer di mobili, scenografo, architetto d'interni e fotografo, Rodčenko (1891-1956) è protagonista di un’esperienza artistica di straordinaria innovazione in tutti gli ambiti in cui si è cimentato e artefice di una vera e propria rivoluzione nella fotografia.
Il percorso espositivo accoglie cento lavori, prestati dal Multimedia Complex of Actual Arts di Mosca, rappresentativi dei soggetti più amati dall’autore ma anche delle tecniche e delle invenzioni sperimentate: dalle copertine della rivista «Lef» alle pubblicità, dai fotomontaggi (alcuni dei quali realizzati con la compagna Varvara Stepanova) alle foto delle nuove architetture ai ritratti.
Rodčenko cominciò ad avvicinarsi alla fotografia per produrre materiali utili ai suoi fotomontaggi, ma a partire dal 1924 concentrò la sua attenzione proprio sul mezzo fotografico, inserendolo nella poetica costruttivista e cambiando il concetto stesso di fotografia: munito di una Leica, iniziò a riprendere l’ordinario e il quotidiano dandogli una nuova interpretazione, grazie a tagli obliqui e a punti di vista inconsueti; da strumento di registrazione della realtà, la fotografia divenne un mezzo per la rappresentazione dinamica di costruzioni intellettuali.
Il “Metodo Rodčenko”, che comprendeva il ricorso a composizioni diagonali, sfocati progressivi, inversioni orientative, esercitò un’influenza profonda sulle generazioni successive, fino a trasformarsi col tempo in un repertorio di “figure retoriche”. Nel 1928 l’arte di Rodčenko venne accusata di formalismo borghese; negli anni Trenta l’artista tornò alla pittura; dapprima si dedicò prevalentemente al reportage, poi, dal 1942 smise del tutto di fotografare.
La mostra è promossa dall’Azienda Speciale Villa Manin e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia in collaborazione con la Fondazione Crup.